Festa Monini: Colori, suoni e sapori dell'Umbria

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Umbria in ombra

Terre d'Umbria
31 Ottobre 2015

Umbria in ombra




Il cuore misterioso dell’Umbria svelato dal bel progetto di recupero archeologico “Umbria Underground”.

Esiste un’Umbria verde, boschiva, spirituale ma anche festosa, pullulante di antichi borghi e castelli, coperta da fertili colline di viti e di ulivi. Ed un’Umbria insospettata, misteriosa, profonda, carica dei retaggi di un’antica storia e resa ancor più suggestiva dall’ombra che la nasconde. È l’Umbria sotterranea: un labirinto di cunicoli, cisterne, acquedotti medioevali, sale ipogee e grotte scavate nella roccia o nel tufo, protette dal tempo nel segreto della terra.

Perché questa piccola regione, al centro d’Italia, è stata nei millenni un affollatissimo crocevia di popoli e di storie che hanno lasciato tracce profonde del loro passaggio e ora molte di queste vestigia sono state riportate alla luce. Si tratta di un enorme patrimonio che rivela bellezze finora sconosciute e disseminate su tutto il territorio regionale, in luoghi vicini fra loro, ma che raccontano storie spesso diverse e talvolta separate, le une dalle altre, da secoli di storia.

Umbria underground
Umbria underground è un progetto avviato nel 2014 che fino ad ora ha già censito i siti ipogei di Amelia, Assisi, Castel Viscardo, Cesi, Città della Pieve, Città di Castello, Gubbio, Massa Martana, Narni, Norcia, Orvieto, Panicale, Perugia, Spoleto, Terni e Todi, ma altri ancora se ne aggiungeranno nei prossimi mesi.
Ognuno di questi luoghi cela nel suo sottosuolo uno straordinario giacimento di ricchezze culturali: dalle cisterne romane di Amelia all’area difensiva perfettamente conservata sotto il torrione di Città di Castello. Dalle catacombe cristiane di villa S. Faustino a Massa Martana al vicolo sotterraneo che a Gubbio collegava la chiesa di San Giovanni Battista con l’attuale via della Repubblica o al cunicolo che sprofonda sotto la Taverna trecentesca dei Santubaldari. Dai criptoportico di Norcia o la cripta benedettino del Colle San Paolo a Panicale alla cisterna e all’acquedotto romano di S. Fortunato a Todi o l’anfiteatro romano di Spoleto.
Tutti visitabili a richiesta, tutti perlopiù accessibili tutto l’anno, senza biglietto d’ingresso.

Sul sito www.umbriasotterranea.it si trovano le schede dei siti e le indicazioni per organizzare le visite. Ogni visitatore potrà scegliere il sito o il percorso che preferisce, per esempio muovendosi dai sotterranei della Rocca Paolina, che s’inoltrano in una Perugia medioevale e rinascimentale sepolta dagli stessi perugini che volevano distruggere il ricordo di un’odiosa dominazione, per dirigersi verso Panicale col suo insediamento benedettino e poi a Città della Pieve nelle grotte medioevali di Via Veri.
Ma qui, per la vicinanza dei luoghi e per il grande interesse e diversità dei siti, vi proponiamo la visita del ricchissimo sottosuolo di Amelia, Narni e Orvieto.

Amelia Le cisterne romane di Amelia furono costruite nel 1 sec. A.C., quando la città divenne municipio romano. Sono dieci grandi ambienti con volta a botte, lunghi circa 19 metri e larghi 5, impermeabilizzati con l’uso di una particolare malta idraulica chiamata “opus signinum”. L’alimentazione avveniva sia attraverso pozzetti (o lumine) in cui si convogliava l’acqua piovana accumulata nel bacino della soprastante piazza Matteotti, sia attraverso una serie di tubi di piombo di cui sono ancora visibili i fori. Potevano raccogliere fino a 4 milioni e mezzo di litri di acqua. Inoltre, gli ingegnosi trucchi di progettazione e l’esteso ed efficientissimo sistema fognario, che ne permetteva il periodico svuotamento e la manutenzione, sono la riprova di quanto un’efficiente raccolta e gestione delle acque fosse cruciale per la vita della città e dei suoi abitanti.

Narni L’acquedotto della Formina a Narni ci dà l’esatta dimensione di quali difficoltà si dovessero superare per un approvvigionamento efficiente di acqua. Costruito nel 27 d.C., al tempo di Tiberio, si snoda per 13 km lungo le pendici delle colline, attraversa tre monti con altrettanti trafori e con ponti supera corsi d’acqua mantenendo sempre una pendenza costante. In Italia è l’unico acquedotto romano aperto ai visitatori che accompagnati da guide esperte possono percorrere 700 metri di percorso ipogeo dell’antica struttura.
Ma i sotterranei della piccola Narni racchiudono altri segreti: una cripta del XII secolo e l’abside di un’antica chiesa con uno splendido mosaico bizantino del VI secolo.
Ma talvolta i misteri diventano oscuri e cupi. Dal convento di San Domenico si accede ad una piccola chiesa affrescata della fine del XII secolo, scoperta casualmente da tre giovani speleologi alla fine degli anni ’70. E da qui, attraverso un piccolo varco si passa in un locale di epoca romana da cui, al termine di un lungo corridoio, si raggiunge una grande e inquietante sala usata come Tribunale dell’Inquisizione. L’esistenza di questo ambiente, chiamato la Sala dei Tormenti, è testimoniato da documenti ritrovati negli archivi Vaticani e al Trinity College di Dublino e i graffiti sulle pareti di una piccola cella adiacente testimoniano le sofferenze patite dagli inquisiti e celano con simboli alchemico massonici messaggi non ancora completamente decifrati.

Orvieto Sotto alle vie, alle piazze e alle chiese di Orvieto, l’etrusca Velzna, si intreccia una fitta rete di cunicoli, scale, pozzi, passaggi segreti e stanze che, per la particolare natura geologica della rupe su cui sorge la città, ha continuato a svilupparsi dagli albori della civiltà, dal IX secolo a.C. fino a tutto il medioevo e il rinascimento.
Notissimo è il pozzo di S. Patrizio con le sue due scalinate a doppia elica percorribili anche dalle carrozze, che permise alla città di resistere durante lunghi assedi. Ma oltre a questa formidabile opera idraulica, il tufo della rocca di Orvieto è “trivellato” da un labirinto di cavità e camminamenti sotterranei che ci conducono in un appassionante viaggio a ritroso nel tempo.

La loro scoperta è della fine degli anni settanta, quando si iniziarono ad esplorare alcune misteriose aperture che si intravvedevano lungo le pareti strapiombanti della rupe. Si raggiunsero così i primi angusti cunicoli e poi a stanze squadrate collegate fra loro da gallerie. Piccole nicchie lungo le pareti di alcuni ambienti furono identificate come “colombari”, scavati dagli antichi per allevare i piccioni, tuttora piatto tipico del luogo. E poi pozzi e cisterne di ogni dimensione ed epoca perché sull’alto pianoro della rupe di Orvieto l’acqua è totalmente assente e ciò spinse da sempre gli abitanti a ricercare ingegnose e ardite soluzioni d’approvvigionamento.
Casualmente, dietro la parete di una trattoria si scoprì un inaspettato vuoto che conduceva ad un importante ambiente ipogeo: il pozzo della cava. E da questo come da altri ambienti si sono tratti reperti, ceramiche e vasellame di diversi materiali e manifatture. Ma il luogo forse più suggestivo è l’ampio ambiente di origine etrusca, chiamato la grotta del vecchio mulino che ospita i resti di un frantoio del XIV secolo completo di macine, pressa, mangiatoie per gli animali.
Oltre 1200 grotte, un dedalo di cunicoli, ampi ambienti rimasti quasi intatti, passaggi inattesi, e poi scale, stanze sovrapposte, camminamenti che corrono paralleli alla rupe e si dischiudono in improvvise panoramiche aperture. Sotto al moderno tessuto urbano, c’è un mondo protetto dal silenzio e dal buio della roccia e rimasto inalterato per secoli che regala oggi allo studioso, ma anche al visitatore, preziose informazioni sulla secolare avventura delle popolazioni umbre e un’ineguagliabile, emozionante esperienza.

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